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La Fiaba per Francesco...



C' era una VOlta,

ma Solo UNicamente per quella Volta.....

un Forte Principe, dal Volto Fiero..

il suo nome era Gibran.-

Lui respingeva le Vesti Sontuose usate dai nobili del Castello,

preferiva il suo Mantello Nero, che lo avvolgeva dalle Spalle alle Caviglie.... ,

portava al Collo un Medaglione Argentato col simbolo di un Falco in volo e girava tutto Solo...per le stanze e le Torri, e le prigioni sotterranee,,

in cerca di un Particolare.....

un Solo Particolare ,gli sarebbe bastato per tutto il Giorno....per vivere di piu' e non sopravvivere, come avevano sempre fatto i Suoi Familiari........oramai era diventata una Radicata Abitudine....girare , girare, girare girare, fino a che i Suoi Dolci e grandi occhi, improvvisamente,,,, si posavano sul Piccolo Tesoro , di Cui il suo Cuore si Nutriva...a Volte era un Insetto, a volte era una Frase 'rubata' nel castello a due cortigiane troppo indaffarate per occuparsi di Lui, oppure poteva essere uno sguardo triste di un Bimbo.-

..

Perche' Gibran non aveva pace?

perche' continuava a cercare, cercare, cercare, cercare.??.

Eppure avrebbe potuto vivere negli agi piu' sonTuosi ,,ma non gli sarebbe servito a placare la sua sete di sapere ...Il Suo Cuore ardeva di poter comprendere il Mistero della Vita.... e fu così che in un Giorno di Pioggia successe....si !

la sua Sfrenata Ricerca lo fece precipitare appena uscito fuori dalle mUra del Castello, in un Precipizio nascosto dal Fogliame dell'Autunno appena iniziato..Volo' col suo mantello Nero per metri e Metri ,poi dei grossi rami gli si pararono davanti ad attutire l' arrivo nel fango del Burrone...

Passarono giorni e giorni in cui rimase privo di conoscenza...finche' un mattino,

dopo le lunghe piogge autunnali …

.un Mare di Licheni Rosso Vermiglio , fiorì davanti ai suoi occhi appena spalancati .... non fece in tempo a godere di quella magica visone che... dopo una manciata di ore .... i licheni appassirono e ritorno' il fango....

Furioso si disperò ...ma fu proprio grazie a quella VIVa Perdita che

la sua Coscienza approdo' ad una Nuova Consapevolezza .

.quella dell' ImpermanenzA.-



...

By In-fabula








'Ogni sera,quando torno a casa,quando tolgo la maschera dal mio viso,mi guardo negli occhi,e resto lì attimi infiniti..I colori si sciolgono nelle mani e lascio cadere ogni velo,pesantemente stanca del gioco..così stanca...
Ora hai anche tu la tua maschera,che metti al mattino e ritogli la sera,ti vedo e sei ad un passo da me,posso tendere la mano e toccarti,è un istante ,è niente..ma è tutto quello che resta anoi che abbiamo dato tutto quello che potevamo dare,che ci siamo scavati un giorno lontano con le unghia dentro,per mangiarci il cuore l'uno dell'altro perché non potesse mai appartenere a nessuno.
Tutto questo l'ho scritto per te e per me,e prima che il tempo ci cancelli per sempre,voglio lasciarti un qualcosa:un pensiero,una parola,un fiore,un respiro..tutto quanto quello di cui non sono mai stata capace..'

MG.Todaro da 'Maschere'
 
i commenti
 
*** CENSURATO ***
lasciato da francescomestria il 19/11/2008 alle 23.10
 
ciao Frà
verrei con molto piacere,ma in quel periodo sono sotto pressione....
lasciato da Coco_Cola il 19/11/2008 alle 23.06
 
-Il detto del giorno:

-"L'arte è mettersi un dito nell'occhio e guardarsi dentro intensamente"
lasciato da ARCHIVIOOPHEN il 19/11/2008 alle 9.22
 
...l'arte e una sottile dimensione di sensibiltà creativa...
lasciato da karwowska70 il 17/11/2008 alle 20.32
 
ne facciamo il nostro palladio da battaglia!
lasciato da thisguise.it il 14/11/2008 alle 18.21
 
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la mia descrizione
Ogni uomo ha una parte da recitare con cui andare in scena nel palcoscenico della vita; il sipario si apre ed ecco una piccola bambola ricoperta dalla testa ai piedi, impedita nel guardare, il peso umano le cade addosso dalla nascita. Come il regolare ciclo di vita, la bimba cresce con tutti i difetti che ognuno possiede, il corpo si evolve e inevitabilmente diventa madre. Come in una tragedia greca, la più nota al pubblico esperto, la madre si ritrova a lavare dal sangue il volto di un piccolo, la vita si è evoluta in un irrimediabile dramma che la porta a lanciarsi nel baratro urlando alla vita. L’inizio e la fine del ciclo vitale tratteggiato nella sfera teatrale sono il tema dell’intera scena. La donna di Mestria cresce con i difetti visibili nella forma, delineata perfettamente ma quasi incurata abbozzata a donna nelle forme, sempre tesa, con la muscolatura scolpita, priva di occhi ma con un’anima. E’ racchiusa nelle braccia l’anima della donna angelica di Mestria, in quelle braccia sempre protese verso l’altrui generazione, al prossimo. Plastico quanto basta, reale al punto di sorprendere, l’operato di Mestria sorprende lo spettatore per la grandiosità dell’opera plasmata spingendolo a riflettere sul latente significato della resa artistica, sulle responsabilità che la vita dona ad ognuno, sui sacrifici per giungere lontano, in un dove diverso da quella della protagonista, intriso di entusiasmo per la vittoria. Francesco Mestria staglia i suoi nivei esseri nella scena del presente ricercando nella materia reconditi sensi. Quasi sospesi, levigati dal tempo, le braccia dei suoi uomini tendono al presente e al passato, si adagiano su vetuste sedute o si detergono in antichi lavabo, meticolosità espressiva che segna la contemporaneità tracciando un binomio imprescindibile in cui il presente e il passato si intricano con la grazia che solo un grande sa adoperare. Testo critico di Anna Soricaro



P











Quella che Francesco Mestria mette in scena all’AmnesiacArts è una moderna tragedia in tre atti imperniata sulla dolorosa coscienza che l’uomo prende del suo posto nel mondo. L’artista lucano dalle profonde radici magno-greche trasforma la cartapesta, umile materia della tradizione artigianale locale, in carne dolorante e ci invita a riflettere sulla crisi dei rapporti umani e sociali nella società contemporanea./ Testo critico di Barbara Improta/ “Suvvia, dormi, / dormi, bimbo: / dorma il mare; / l’immensa // sventura dorma.” Simonide/ La prima volta che ho visto delle sculture in cartapesta è stato a Matera, durante la festa della Madonna della Bruna: un bizzarro carro colorato affollato di angeli, madonne e cristi dalle espressioni stupefatte, i gesti enfatici, una favolosa macchina scenica nel teatro tragico dei Sassi. Ritrovo l’umile e antichissima lavorazione di cenci macerati nelle sculture di Francesco Mestria, artista della provincia materana che eredita dalla tradizione artigianale la capacità di sfruttare a pieno le risorse della materia mettendola istintivamente a contatto con la luce e lo spazio. Ma nelle tre sculture di Mestria, che sono il nucleo centrale della mostra, della spettacolare messinscena barocca è rimasto ben poco, spogliate del colore, delle vesti e dei simboli cristiani sembrano uscite dalla bottega ancora sbozzate. Resta la loro attitudine teatrale ma così ridotte all’essenziale ricordano piuttosto le figure arcaiche e archetipiche delle misteriose civiltà proto-elleniche che hanno abitato queste terre, antichi eroi ancora senza nome e senza volto, kouroi contemporanei che incarnano l’idea stessa d’umanità più che rappresentarla. Nella prima statua, Life, una madre amorevolmente piegata sul figlio, le forme indistinte, le linee curve e armoniose che raccordano le due figure, come nelle creature organiche di Henry Moore rimandano al passato favoloso del mito, prima della colpa, del formarsi della coscienza, quando la vita era ancora un fluire continuo e naturale ma ricordano anche la ‘purezza’ contadina dell’era pre-industriale rimpianta da Pasolini. All’improvviso le creature innocenti si trasformano in muse inquietanti, terribili manichini di morte, il canto esiodeo vira verso la tragedia disperata di Euripide. La brusca accelerazione dell’azione ‘srotola’ e spinge in avanti l’evento drammatico, l’omicidio del bambino (Murder), ma questa moderna Medea dai tratti appena accennati, i gesti sintetici, più che una risoluta e feroce assassina sembra un fantoccio che compie un gesto automatico, vittima anch’essa di un destino imperscrutabile, agìta da forze superiori, eroina abbandonata dagli dei, sola di fronte all’assurdo dell’esistenza. Il crescendo drammatico raggiunge il suo climax nell’ultimo atto, Suicide, in cui l’anti-eroina precipita nel vuoto, sopraffatta dal dolore della vita e incapace di dare una risposta alla crisi dei rapporti umani e sociali e al totale sovvertimento delle leggi naturali del mondo post-industriale. Inconsistente anti-scultura dal leggerissimo materiale, sagoma ormai esangue dalla bocca nera, spalancata in un grido d’angoscia, ‘relitto’ della scultura classica, è l’immagine della condizione dell’uomo moderno, l’Essere in corsa verso il Nulla. Muto spettatore della tragedia uno strano totem:assemblando oggetti d’uso comune alla maniera dei dadaisti, l’artista crea un oggetto nuovo svincolato da qualsiasi funzione, un emblema. Il bambolotto ‘coperto’ da una busta di plastica trasparente (I bambini nascono con gli occhi aperti?) incarna la vita come ‘soffocata’ da un involucro, un carico di sofferenza e di colpa ancestrale, un opprimente condizionamento che crea una distanza invisibile quanto reale tra noi e il mondo. Questo suggestivo ready-made ha la stessa funzione del coro nella tragedia, amplia la prospettiva, dà al dramma visto sulla scena la sua dimensione metafisica, associa all’azione la sua sostanza morale. Lo spirito mitico della Magna Grecia, col suo carico di alti ideali e antichissimi traumi, aleggia in tutta la mostra. Le lamiere-corazze trafitte e martoriate (Warrior, Warrior I) sono, come gli elmi scuri di Paladino, i segni di un passato di sangue e violenza più che le vestigia di un’antica gloria mentre i volti arcaici, dai segni eleganti e semplificati imprigionati nella pietra, di Aspasia, femminista ante-litteram nella sessista Grecia classica, e di Danae, dolce figura di mater dolorosa, indicano alla sensibilità moderna in queste belle figure di donne piuttosto che nei principi guerrieri l’eredità migliore di un luminoso passato./




 
 
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